Voltaire(1694-1778)

Di tanto in tanto nascono uomini-svolta e noi siamo soliti dividere il tempo in due periodi: quello che viene prima di loro e quello che viene dopo. Ebbene, anche per Voltaire accadde la medesima cosa. Se per illuminista bisogna intendere uno che illumina, nessuno più di lui ha illuminato tutti quelli che gli stavano accanto.

La vita

Quando nacque non si chiamava Voltaire ma François Marie Arouet. Quinto figlio di un notaio, studio’ prima a casa sua, sotto la guida del padrino, l’abate di Chateauneuf, poi dai gesuiti nel collegio Louis-le-Grand, e infine con alcuni maestri del "Circolo dei liberi pensatori" anche detto "Circolo dei libertini". Così facendo riuscì a bilanciare l'insegnamento noioso dei cristiani con quello un pochino più spregiudicato degli epicurei. A ogni modo, il suo merito maggiore fu quello di aver scoperto nella tolleranza la chiave per vivere meglio. Nato a Parigi nel 1694, a ventisei anni debutto’ come drammaturgo con la tragedia Edipo (1718), per poi continuare a lavorare per il teatro con tutta una serie di poemi e di poemetti. Un bel giorno, pero’, grazie a un soggiorno di tre anni in Inghilterra, scoprì la filosofia e da quell’esperienza uscirono qualche anno dopo opere come le Lettere flosofiche (1734) e il Trattato di metafisica (1734). Conobbe l’uno dopo l’altro Berkeley, Swift e Clarke, e lesse quanto avevano scritto Locke e Newton. Ebbene, ne uscì un’altra persona. Si recò in Olanda, come segretario di ambasciata, e si sarebbe anche sistemato economicamente se non si fosse preso una cotta per una bella ragazza protestante dai capelli biondi. La famiglia, alquanto preoccupata, gli ordino’ di tornare subito a Parigi, e lui, per tutta risposta, fondo il PPP, ovvero il Partito filosofico francese. Grazie alla solita Pompadour, fu ricevuto a corte da Luigi XV per poi essere inserito tra gli "immortali di Francia". A proposito di donne, si dice che sia stato anche uno sciupafemmine. Ne ebbe di ogni età e di ogni condizione sociale. Alterno’ mercenarie da quattro soldi a nobildonne di alto lignaggio, sempre, però, trattandole con uguale rispetto. Fra le tante - oltre a una relazione di un quindicennio con la marchesa du Chátelet, consenziente il marito e consenziente il nuovo amante, tutti conviventi e felici nella casa di campagna di Cirey -, annovero’ anche una nipotina minorenne che si chiamava Marie-Louise, Denis, pure lei trasferitasi a Cirey. D’altra parte lui sosteneva il principio che "Dio ci ha messo al mondo per due motivi: per farci soffrire e per farci divertire". L’importante, diceva, era capire quando è il momento di fare l’una cosa e quando l’altra. Insomma, era un Orazio del diciottesimo secolo. E passiamo ai momenti difficili. A causa di due libelli scritti contro il Reggente si fece undici mesi di galera. Poi, una volta libero, un certo barone de Rohan, non sopportando i suoi sfotto', lo fece bastonare dai suoi servi. Al che Voltaire lo sfido’ a duello. Non l’avesse mai fatto: il barone, come prima cosa, non accetto’ la sfida, non ritenendolo di pari nobiltà, quindi lo spedì difilato alla Bastiglia. Qui, pero, a forza di entrare e uscire di galera, si era fatto amico il direttore e ogni sera cenavano insieme discutendo di arte e di filosofia.

Dopo l’esperienza di Cirev nel 1760 si trasferì nella sua tenuta di Fernev vicino a Ginevra, dove si fermo’ definitivamente e dove riprese a pubblicare una gran quantità di opere, dai saggi alle tragedie, e a collaborare all’Enciclopedia. Morì nel 1778 a Parigi, da dove mancava da oltre un ventennio e dove era tornato per assistere a una rappresentazione teatrale.

Le opere

Mise giù molti saggi ma non sempre riuscì a farseli pubblicare. Alcuni furono bruciati prima ancora di essere stampati. Altri, invece, si salvarono perché li firmo’ con uno pseudonimo. La sua nemica maggiore rimase sempre la Chiesa, da lui accusata di aver usato la superstizione come strumento per spaventare i popoli. Fra le tante opere che scrisse citeremo le nostre due preferite e precisamente il Candido (1759) e il Trattato sulla tolleranza (1763).

Il Candido, ovvero dell 'ottimismo

Racconta le vicissitudini di un bravo ragazzo, non a caso chiamato Candido, che, per averci provato con la figlia di un castellano, la bella Cunegonda, viene cacciato dal padre della medesima e lungamente bastonato prima dai soldati bulgari e poi dai soldati àvari. Tra i tanti guai, il povero Candido si becco’ anche la sifilide. Ed ecco come lui stesso ce lo racconta: Ho conosciuto Paquette, una graziosa cameriera, e ho gustato tra le sue braccia paradisiache delizie, che però hanno prodotto in me grandi tormenti. Ella era infetta e ora è anche morta. Quel male Paquette l’aveva avuto da un frate che a sua volta l’aveva avuto da una contessa che lo aveva avuto da un capitano di cavalleria che lo aveva avuto da una marchesa che lo aveva avuto da un paggio che lo aveva avuto da un gesuita che lo aveva avuto da un novizio che lo aveva avuto da un compagno di viaggio di Cristoforo Colombo.

Quindi da bravo ottimista conclude:

Se Cristoforo Colombo non avesse scoperto l’America, forse questo male non sarebbe mai arrivato da noi; nel contempo, però, non sarebbe arrivata nemmeno la cioccolata.

Di qui la morale: nella vita c’è sempre qualcosa di buono e qualcosa di cattivo che arrivano insieme. E, alla fine del romanzo, Pangloss, il suo maestro di vita, lo rincuora dicendogli:

Tutti gli avvenimenti sono concatenati nel migliore dei mondi possibili. Se non ti avessero cacciato a pedate dal castello per colpa di Cunegonda, se non fossi finito nelle mani dell ’Inquisi— zione, se non avessi percorso l’America a piedi, se non avessi dato un colpo di spada al barone, se non avessi perduto tutte le pecore nel buon paese dell’Eldorado, oggi tu non staresti qui a mangiare cedro e pistacchio.

Naturalmente Candido va letto anche come presa in giro dell’ottimismo di Leibniz e, in particolare, della sua convinzione che il nostro mondo sia "il migliore dei mondi possibili".

Il Trattato sulla tolleranza

Tutto nasce da un fatto di cronaca realmente accaduto a Tolosa nel 1762. Un giovanotto di nome Lavaisse viene invitato a cena in casa Calas. Purtroppo, pero’, a fine pranzo il figlio maggiore, Marcantonio, viene trovato impiccato in cantina. Chi è stato? I sospettabili sono: il padre, la madre, il fratello, la domestica e lo stesso Lavaisse. Per quanto riguarda il movente non esistono dubbi: Marcantonio pochi giorni prima aveva espresso il desiderio di convertirsi al cristianesimo, e forse era stato soppresso proprio per impedire che lo facesse. Scoppia una rivolta tra gli abitanti di Tolosa. Tutti pretendono che Jean Calas, il padre, venga messo <<alla ruota" e che i sospettati, compresa la domestica, finiscano in galera. Jean Calas verra’ giustiziato. Tre anni dopo, però, si scopre che Marcantonio si era suicidato. Voltaire ne approfitta per invitare i lettori alla tolleranza e a non lasciarsi trascinare dall’emozione, a ragionare prima di agire. Non c’è nulla di più pericoloso, dice, del fanatismo. Ai giorni nostri questo trattato lo si potrebbe dedicare a Bin Laden.

A proposito di Voltaire,

mi è rimasto impresso un suo pensiero e precisamente quello dove dice che non è stato Dio a creare gli uomini ma gli uomini a creare Dio a propria immagine e somiglianza. Per la precisione lui sostiene che se Dio non esistesse bisognerebbe inventarlo, e io non posso che dargli ragione. E fu per quest’idea che la Chiesa lo ha perseguitato per tutta la vita. D’altra parte che lui fosse uno che dubitava glielo si leggeva in faccia.Mi piacerebbe sapere, adesso, dove sta. Io me lo immagino in Purgatorio con diecimila secoli ancora da scontare e con a fianco Newton e Locke. Parlano tra loro di filosofia, ridono, raccontano storie e poi decidono di comune accordo di andare a sfottere La Mettrie nella zona dei "materialisti".

Da Storia della filosofia moderna di Luciano De Crescenzo