Gottfried Wilhelm Leibniz (1646-1716)

Una volta in Germania esisteva un’associazione segreta chiamata dei Rosacroce dove si praticava il principio: "Io aiuto te, tu aiuti me, e tutti e due freghiamo gli altri". I Rosacroce si vantavano di gestire il potere politico, di fabbricare metalli preziosi, di curare i malati incurabili e perfino di resuscitare i morti. Erano in pratica la Massoneria del XVII secolo. Leibniz, come ne seppe l’esistenza, corse subito a iscriversi.

La vita

Gottfried Wilhelm Leibniz nacque a Lipsia nel 1646 e morì ad Hannover nel 1716. Imparo’ il latino tutto da solo. Aveva in casa un libro di Tito Livio e tanto se lo guardò e se lo rigirò che riuscì a capire che cosa c’era scritto. Probabilmente furono le incisioni in rame a dargli una mano. Avendo a disposizione la sterminata biblioteca paterna, resto’ in casa a studiare matematica, algebra e classici latini e greci. Era intelligentissimo: a quindici anni già frequentava l’università e a diciotto si laureava in Legge. Poi, sempre grazie ai Rosacroce, fece amicizia con il barone Christian von Boineburg e venne nominato primo consigliere del principe di Magonza (cosa, poi, ci azzeccassero i Rosacroce con la filosofia non l'ho mai capito). Comunque, ecco, qui di seguito, tutte le corti dove ebbe modo di mettersi in luce: a Parigi incontro’ Luigi XIV e provo’ a convincerlo a invadere l’Egitto, a Londra conobbe Newton e divento’ membro della Royal Society ad Hannover venne assunto da Giovanni Federico di Brunswick-Lüneburg come bibliotecario, a L’Aia conobbe Spinoza, a Berlino fece amicizia con Federico I che lo nomino’ presidente dell’Accademia delle Scienze, a Mosca frequento’ Pietro il Grande che lo scelse come consigliere personale, a Vienna strinse un’affettuosa amicizia con Sofia Carlotta, la regina di Prussia, nonché consorte del suo benefattore Federico I, e per ultimo fece un pensierino sulla Cina, restando, pero’, in Germania per mancanza di adeguati mezzi di trasporto. Certo è che se il suo datore di lavoro non era almeno un barone lui nemmeno gli rivolgeva la parola. Fisicamente non doveva essere un granché. In un’autobiografia scritta in terza persona dice testualmente: "Leibniz è un individuo smunto, di media statura, con un viso pallido, e con mani e piedi sempre gelati. Ha una voce debole, è precocemente calvo e cammina curvo al punto da sembrare gobbo". Pur avendo frequentato nobili per tutta la vita, morì solo come un cane, senza nemmeno lo straccio di un amico che gli tenesse la mano. Dietro al suo carro funebre, si dice, camminava solo un cameriere.

Le opere

Quanto a scrivere, scrisse di tutto. A vent’anni pubblico’ il De arte combinatoria, poi l’Ars inveniendi, quindi la Hypothesis physica nova, e nel 1684 la Nova methodas pro maximis et minimis itemqae tangentibas. Tutte opere che parlano di algebra, e che, per la prima volta, introducono il concetto di integrale, operazione questa che mi ha fatto molto soffrire ai tempi della mia prima liceo. A parte la matematica, però, Leibniz si dedicò molto alla politica. Scrisse il Mars christianissimus, poi un libro sul Systema theologicum e uno sui Metodi di riunione. Per quanto riguarda, infine, la filosofia, in tarda età pubblico' le Meditazioni sulla conoscenza, il Nuovo sistema della natura (1695), il Discorso sulla metafisica (1686), i Nuovi saggi sull’intelletto umano, Teodicea (1710), la Monadologia (postuma) e i Principi della natura e della grazia (1714).

Il pensiero

Leibniz è stato uno dei massimi geni della storia dell’umanità. Scopritore al pari di Newton del calcolo infinitesimale, creatore del calcolo differenziale, anticipatore della teoria evoluzionistica di Darwin e di quella dell’inconscio di Freud. Nell’arco di una trentina d’anni tiro’ fuori tantissime idee, forse troppe per ricordarle tutte. Certo è che il suo pensiero ha finito per condizionare la metafisica, la logica, la chimica, la matematica, la fisica, la biologia, la storia, la teologia, la giurisprudenza e chi più ne ha più ne metta. La sua filosofia si basava principalmente sulla "spiritualità dell’essere". L’uomo, diceva, si distingue dagli animali perché, oltre a fare di tutto per sopravvivere, si chiede di continuo quale sia il vero significato della vita. Leibniz, però, non si limita alla ragione, come tutti i razionalisti perbene, ma riconosce anche l’importanza della "verità di fatto", di quella verità, cioè, che esiste a prescindere, come direbbe Toto, senza che a monte ci sia per forza una ragione che la impone. A Cartesio (che peraltro ammirava moltissimo) rimproverava la tendenza a un razionalismo troppo teorico. A Locke l’eccesso di empirismo, e a Spinoza l’aver ignorato l’importanza delle Monadi, aggregazioni di sostanze semplici, ma indivisibili, a sé stanti e non comunicanti (le Monadi non hanno porte né finestre, disse), che tuttavia nei loro mutamenti interni seguono quanto stabilito nell’Universo dalla volontà divina.

La Monade

Io una notte me lo sono sognato. Stava piovendo a dirotto e tutti e due, Leibniz e io, ci eravamo riparati sotto lo stesso portone. "La pioggia" mi disse "bagna i corpi ma non ce la fa a bagnare le anime." "Sì, lo so" risposi io, "ma per il momento è proprio il corpo quello che mi preoccupa." "E fa male, perché dovrebbe preoccuparsi più della Monade." "Della Monade?" chiesi stupito. "Sissignore, della Monade." "E che cos’è la Monade?" "È una cosa che sta dentro di noi e che condiziona il nostro modo di vivere." "Ho capito: vuol dire l’anima?" "Se lo preferisce, la chiami pure "anima". lo la chiamo Monade. L’importante, pero, è che si renda conto che si tratta di una forza invisibile in grado di sprigionare effetti inimmaginabili. La Monade, non essendo un’entità fisica, ma un’energia, ci fa capire quali siano le vere funzioni della mente, e cioè la percezione, l’appercezione e l’appetizione." "Ho capito" dissi io senza aver capito, e lui continuo’ imperterrito. "Caro ingegnere, lei è nel medesimo tempo un microcosmo e un macrocosmo. La sua Monade rappresenta se stessa ma anche tutte le altre Monadi del mondo. E non basta: le Monadi si conciliano l’una con l’a1tra in una "armonia prestabilita" da Dio, e Dio, fra tutti i mondi possibili, ha scelto proprio questo della Monade, che è il migliore di tutti, per venirci incontro." Appena sveglio, sono corso in libreria per comprarmi la Monadologia di Leibniz, e ricordo di aver letto le seguenti definizioni:

Monade: principio attivo di un organismo, o sostanza semplice che entra nei composti (mon. 1).
Anima: tutti gli esseri in grado di percepire, tra cui le piante (mon. 19).
Percezione: stato interiore di una Monade quando entra in contatto con l’esterno (mon. 14).
Appercezione: coscienza o conoscenza della propria percezione (mon. 4).
Appetizione: tendenza di una Monade a passare da una percezione all’altra (mon. 19).
Armonia prestabilita: convivenza, voluta da Dio, dell ’anima con il corpo e delle Monadi tra loro (mon. 2).
Dio: unita’ originaria da cui derivano tutte le altre sostanze grazie a una serie di "folgorazioni istantanee e continue" (mon. 47).
Natura e Grazia: i due regni della meccanica e della morale. Tra i due regni esiste un'armonia voluta da Dio (mon. 86-90).

La Teodicea

Due parole sulla Teodicea. Il saggio tratta tre argomenti, uno più difficile dell’altro, e precisamente la Bontà di Dio, la Libertà dell’Uomo e l’origine del Male. Dice Leibniz: "Nei confronti del Male due sono le domande che mi pongo: quelle relative alla Libertà dell’Uomo e quelle relative al comportamento di Dio. Se Dio, oltre a essere buono, è anche onnipotente, come fa a esistere il Male? Vuoi vedere, allora, che il Male dipende dall’Uomo e non da Dio?". Detto ancora più terra terra: "Se tutto va bene, il merito è di Dio. Se tutto va male, la colpa è del lettore che in questo momento mi sta leggendo".

A proposito di Leibniz,

se ai suoi tempi ci fosse stata la televisione, lui di certo avrebbe fatto il moderatore. Non fece altro, infatti, nella vita, che cercare di mediare il cristianesimo con il cartesianesimo, la filosofia greca con quella moderna. Io gia’ me lo immagino in un programma con Aristotele e Platone seduti a destra, e Car tesio e Spinoza seduti a sinistra. Lui al centro, dietro un tavolo, che una volta da’ ragione all’uno e una volta all’altro. Gli argomenti sarebbero stati la "causa finale" di Aristotele e la "sostanza" di Spinoza. Quando poi, cinque minuti prima della fine, Cartesio avesse nominato il "Movimento come causa prima dell’esistenza", Platone avrebbe tirato fuori il Fedone per mostrarlo alle telecamere. Applausi scroscianti della platea, tutta composta da filosofi.

Da Storia della filosofia moderna di Luciano De Crescenzo