Immanuel Kant(1724-1804)

Scrivere una storia della filosofia moderna senza Kant non è possibile, d’altra parte anche parlarne a braccio è difficile. Si rischia di travisarlo o, quanto meno, di saltare qualche parte fondamentale del suo pensiero. Io, come sempre, cercherò di farne il ritratto. Lui, pero’, per cortesia, mentre lo dipingo, dovrebbe star fermo.

La vita e le opere

Immanuel Kant nacque nel 1724 a Kònigsberg (oggi chiamata Kaliningrad) nella Prussia orientale. Il suo nome, Immanuel, significava "Dio è con noi". Quarto di nove figli, durante l’infanzia si vide morire l’uno dopo l’altro cinque fratellini e probabilmente questi lutti gli trasmisero una predisposizione ad accettare il destino cosi’ come capita, senza protestare più di tanto. Suo padre, di mestiere faceva il sellaio ed era analfabeta. Sua madre, invece, era una donna istruita e religiosissima, frequentava i pietisti una setta protestante formata da persone che, malgrado il nome, tutto sapevano fare nella vita tranne che avere pietà. Instillo’ nel figlio l’amore per la natura e, soprattutto, un’inesauribile voglia di sapere. Da ragazzo Immanuel studio’ nel Collegium Fridericianum dove imperversava un certo Franz Albert Schieltz, il più alto esponente del pietisrno internazionale. Poi, grazie a Dio, si iscrisse giovanissimo all’Università di Königsberg ed ebbe come maestro Martin Knutzen che gli insegno’ la matematica, la filosofia e la fisica newtoniana. Fece prima l’insegnante privato presso una famiglia nobile della zona, poi a trent’anni ebbe una cattedra universitaria e la carica di sottobibliotecario della Casa reale, e infine una seconda cattedra universitaria di logica e metafisica. Come carattere era allegro. Racconta un suo allievo, il Filosofo Johann Gottfried von Herder: "Malgrado l'età avanzata, aveva la vivacità di un ragazzino. Era sempre disposto a scherzare. Anche le sue lezioni più erudite erano piene di battute. Niente gli era indifferente, e soprattutto subiva il fascino della storia dei popoli. Incoraggiava tutti a leggere e a raccontare". Durante gli anni della gioventù ebbe dei seri problemi economici. Quando gli morirono i genitori i funerali furono celebrati a spese del Comune. Lui, comunque, non si perse mai d’animo: continuo’ a insegnare malgrado lo pagassero una miseria. Riceveva un tanto per ogni studente presente in classe. Si dice che a fine lezione passasse con il piattino, e va ricordato che all’epoca, una volta imparato a leggere e a scrivere, un ragazzo non era più obbligato ad andare a scuola. Politicamente parlando militava nei repubblicani: simPatizzo’ con gli americani durante la guerra d’indipendenza e con i francesi nel corso della rivoluzione. Il suo ideale era: "LIBERTA’ DI PENSIERO, INDIPENDENZA POLITICA, EGUAGLIANZA TRA GLI UOMINI" e fu proprio a causa di questa eguaglianza che ebbe qualche problema con il governo prussiano. Tutta colpa di un saggio intitolato La religione nei confini della semplice ragione (1793). Non l’avesse mai scritto. Fronte aperta, sguardo sereno, viso luminoso, nel suo lavoro era di una precisione assoluta, in particolare per quanto riguardava gli orari. Alle cinque meno cinque si svegliava, alle cinque in punto prendeva il tè, alle sette usciva di casa per andare all’università. Una sola volta arrivo’ in ritardo, e fu quando si trattenne a letto per leggere l’Emilio di Rousseau. Si dice che gli abitanti di Konigsberg regolassero i loro orologi sulle sue uscite dal portone di casa. A volte, poi, la sera, invitava qualche amico a cena. Mai più di nove e mai meno di tre. "Il loro numero" diceva "non deve superare quello delle Muse, né essere inferiore a quello delle Grazie." Il periodo più felice fu quello compreso tra il 1780 e il 1790. Soldi pochi, ma in quanto a intuizioni filosofiche il massimo possibile. L’uno dopo l’altro pubblico’ i suoi tre capolavori assoluti: la Critica della ragion pura (1781), la Critica della ragion pratica (1788) e la Critica del giudizio (1790). Dopo il terremoto di Lisbona scrisse anche un trattato sui terremoti e uno sui pianeti, che a suo dire erano tutti abitati. Amava la poesia e un bel giorno scrisse:

La notte è sublime e il giorno è bello.
Il mare è sublime e la campagna è bella.
L’uomo è sublime e la donna è bella.

In quanto a donne, non credo che ne abbia avute più di tre. Un giorno disse: "Quando ne avrei avuto bisogno non avevo i soldi, oggi che ho i soldi non ne ho più bisogno". Negli ultimi anni di vita gli accaddero due incidenti: gli morì Federico II il Grande, il sovrano che fino a quel momento lo aveva protetto, e venne colpito da una malattia che, oltre a renderlo pressoché cieco, gli fece perdere l’uso della memoria. Ricordava tutto del passato e praticamente nulla del presente. Ripeteva sempre le stesse frasi, dimenticandosi, a volte, di averle già dette pochi minuti prima. Lui stesso se ne rendeva conto e allora si scusava dicendo: "Ragazzi, abbiate pazienza, mi sono fatto vecchio. Voi, pero, trattatemi come se fossi ancora un bambino". Morì nel 1804.

Il criticismo

Dovendo scegliere una sola parola per definire Kant io sceglierei "criticismo", cioe l'esatto contrario di "dogmatismo". Il criticismo funziona pressappoco così: "Tu dici una cosa e io te la critico. Tu insisti e io continuo a criticarti. Dopo un po' che parliamo, pero’, uno di noi due comincia a capire che anche l’altro potrebbe avere qualche ragione e allora cambia leggermente il suo parere. Non di molto, sia chiaro, ma quel tanto che basta per continuare a discutere". Con il criticismo queste cose si possono fare, col dogmatismo no. Criticare, quindi, per Kant, non voleva dire "parlare male di qualcosa", come si legge nei vocabolari italiani, ma discutere, valutare, mediare e soprattutto confrontarsi con i propri limiti. Questo del "confrontarsi con i limiti" è un concetto molto kantiano. Il "criticismo", infatti, potrebbe essere definito anche la capacità di superarsi. Quando mi fermo a discutere con qualcuno, la prima cosa che mi chiedo è se la persona con cui sto parlando è in grado di superare i propri limiti, quelli che Nicola Abbagnano ha definito "le colonne d’Ercole del nostro io". Qualcuno, a questo proposito, ha tirato fuori anche l’espressione "ermeneutica della finitudine", definizione dotta che, pero’, a mio avviso, fa correre il rischio di spaventare il lettore. Pur restando un illuminista convinto, Kant si supera nel momento in cui stabilisce che i confini della ragione possono essere fissati solo dalla ragione stessa, al punto da non riconoscere a nessuno, nemmeno alla fede, il diritto d’intromettersi. Appartenere al mondo della ragione, per Kant, vuol dire essere nemici di qualsiasi dogmatismo, fideismo o fanatismo che dir si voglia. Volesse il cielo che oggi, in Medio Oriente, ci fossero un pochino più di kantiani e un pochino meno di talebani: scomparirebbe il terrorismo.

La Critica della ragion pura (o teoretica)

Kant da inizio alla Critica della ragion pura con una precisazione: la nostra conoscenza, dice, ha inizio con l’esperienza, ma non proviene completamente dall’esperienza. Certo, ha cominciato con le sensazioni, avendole a suo tempo memorizzate, salvo poi, pero’, averle integrate nel corso degli anni con altre conoscenze che le sono pervenute dall’esterno. Le sensazioni, insomma, sono i mattoni con cui abbiamo iniziato a costruire le fondamenta. Adesso, pero’, è inutile starle a cercare sotto il pavimento dei pensieri. "Le sensazioni altro non sono che le forme a priori (universali e necessarie) che ci permettono di avere una conoscenza sensibile." In altre parole, prima veniamo bombardati dalle sensazioni, poi, grazie al cervello, le trasformiamo in intuizioni e così facendo ci costruiamo giorno dopo giorno, all’interno dell’anima, un mondo sensibile (o mondo fenornenico) per meglio conoscere quello che ci circonda. Oggetto della conoscenza razionale pura e quindi contrapposto al fenomeno, frutto della conoscenza sensibile, è solo il noumeno. Se poi, per capirci meglio, andiamo all’etimo greco dei due termini, scopriamo che il primo significa "qualcosa che si manifesta" (pháinomai, apparire), mentre il secondo deriva da mente (nôus). La mente umana non puo essere paragonata a una tabulu rasa o a uno specchio inerte che si limita a riflettere tutto quello che vede. È un qualcosa, invece, che interviene e modifica la realtà con la quale viene a contatto. Come a suo tempo Copernico, così Kant ha rivoluzionato il rapporto esistente tra la mente e le sensazioni. Per Kant la mente è il Sole che sta al centro e che illumina le sensazioni che le stanno intorno. Ora, chiamatela come volete, ma la rivoluzione kantiana, o Critica della ragion pura, altro non e che l’aver messo la mente dell’uomo al centro di tutte le nostre intuizioni. Il problema piuttosto si complica non appena entra in ballo la metafisica. La Ragione, infatti, si distingue dall’Intelletto in quanto prende in esame concetti che non hanno niente a che fare con l’esperienza e che per questo motivo vengono chiamati trascendenti. Vi sono pero’ tre idee, dette trascendentali, che collegano il dominio della Ragione con quello dell’Intelletto. Le Idee trascendentali sono tre: l’Anima (oggetto della psicologia), l’Universo (oggetto della cosmologia) e Dio (oggetto della teologia). Ebbene, amici miei, guardiamoci in faccia: noi dell’Anima, dell’Universo e di Dio non sappiamo nulla. Possiamo solo azzardare delle ipotesi. Kant confuto’ anche tutte le prove sull’esistenza di Dio. Per esempio, famosissima e l’ironia con cui smonto’ la prova "ontologica", derivante dall’idea che noi abbiamo di Dio e che, in quanto idea stessa di lui, ne comproverebbe già l’esistenza. Kant la "distrusse" con questo esempio: io so cosa valgono dieci talleri, ma cio’ non significa che li abbia in tasca. Kant da’ inizio alla Critica della ragion pura con un dubbio di fondo. "Non è detto" scrive "che anche ponendo l’esperienza alla base di ogni nostro pensiero, tutto poi derivi dall’esperienza." E allora che cos’e che ci fa pensare? E qui subito si pensa a Dio. Nossignore, precisa lui, esistono i "giudizi sintetici a priori" che sono quelli che ci fanno ragionare, che si chiamano giudizi perché giudicano, sintetici perché tendono all’essenziale e a priori perché, essendo universali, non possono provenire dall’esperienza. Detto questo, la conoscenza altro non è che la somma della nostra esperienza e dei giudizi sintetici a priori. Dopodiché conclude con questa frase: "Due cose riempiono il mio animo di ammirazione: il cielo stellato sopra di me e la legge morale dentro di me". E questa frase, riportata anche come epigrafe sulla sua tomba, possiamo ergerla a emblema del suo pensiero.

La Critica della ragion pratica

Kant separa la ragione teorica dalla ragione pratica, ma anche in quest’ultima preferisce distinguere la ragione pratica empirica dalla ragione pratica pura. La prima opera esclusivamente in funzione dell’esperienza, la seconda, invece, tiene conto della moralità comune, e lui ci scrive sopra un saggio per insegnare a noi, poveri mortali, come si fa a distinguere quella pura-pura da quella pura e morale. La Critica della ragion pratica si occupa dei comportamenti morali dell’uomo. Attenzione, pero, a non fare casino: dicendo "pratica" Kant non allude all’esistenza di una ragione diversa da quella "pura". Per lui la ragione pratica e una sola. Al massimo possono essere diversi gli usi che se ne fanno: quella pratica empirica è legata all’esperienza, laddove quella pratica pura se ne frega. Per capire qualche cosina di più dovremmo confrontare Hobbes con Kant. Tutti e due desideravano la pace universale, solo che si trattava di paci diverse. Quella di Hobbes era la pace assoluta (quella imposta dal mostro, dal Leviatano, quindi la dittatura), quella di Kant, invece, era la pace unita alla libertà. Il primo, nel caso Iraq, avrebbe tifato per gli Stati Uniti, il secondo per l’ONU.

La Critica del giudizio

Nella Critica della ragion pura Kant ha tirato fuori una visione della realta alquanto meccanicistica che non consente nessuna libertà se non quella di poter pensare. Nella Critica della ragion pratica ci ha offerto una visione del mondo dove addirittura ci sarebbe la possibilita’ d’intravedere l’esistenza di Dio. Nella Critica del giudizio, infine, ha evidenziato l’importanza dell'estetica e ci ha fatto scoprire che il bello, in quanto sentimento di piacere puro, potrebbe rendere ancora più bella la vita. Il problema che qui si pone Kant e se esista un qualcosa, un moto dell’animo, capace di giudicare (o meglio di "conoscere nel sentire>>). Questa facoltà esiste ed è il sentimento. Per esempio, la molteplicità della natura, le sue forme, l’universo, l’arte non possono essere valutati dal semplice intelletto, ma dal sentimento.

A proposito di Kant,

il vero guaio per lui era quello di essersi innamorato della metafisica. È lui stesso a confessarlo nei Sogni di un visionario. "Purtroppo" dice, "sono un innamorato che non ha rag giunto l’oggetto del suo amore. Più io le corro dietro e più lei si allontana da me. Questo è il mio destino." Ai suoi occhi la scienza era un'attivita’ minore che non aveva niente a che vedere con la metafisica. Era una cosina che pote va andar bene per gente come Galilei o al massimo per un brav’uomo come Newton, non per un pensatore come lui. La metafisica, invece, stava lì, giorno e notte, nascosta dietro una tenda, e non appena lui andava a dormire se lo guardava ridendo e lo costringeva a porsi domande sempre più difficili.

Da Storia delle filosofia moderna di Luciano De Crescenzo